mercoledì 16 gennaio 2008
La mafia non esiste... è un invenzione della Legge
è la parola dell'avvocato Giuseppe Lipera
di C.Abbondanza e S.Castiglion
[le frasi in corsivo sono tratte dalle dichiarazioni 'un po' così' di Giuseppe Lipera in "risposta" al rigetto dell'istanza di differimento della pena da parte del Tribunale di Sorveglianza]
“In Italia si è pericolosi per Legge: basta un’aggravante di un 416 bis”.
La criminalità organizzata, la mafia, quindi, non esiste, è un invenzione di legge, di questo 416 bis, una bazzecola d'aggravante. Non lo dicono mica i mafiosi condannati, loro lo hanno sempre detto che la ‘maffia’ – ‘sta invenzioni dei comunisti’ diceva il povero Riina- non esiste. Non è nemmeno un replay di Berlusconi, Dell’Utri, Andreotti o Totò ‘Vasa Vasa’ Cuffaro e degli altri sodali della ciurma da tribunale. E’ la parola di un professionista forense: l’avvocato ‘un po’ così’ Giuseppe Lipera, che naturalmente ha anche già individuato i colpevoli, l’inventore di questo nulla ha per lui, ormai, ha un volto ben preciso: “il legislatore” e “cioè i parlamentari di allora che votarono quella legge e i parlamentari di oggi che la mantengono in vita”.
D’altronde Cosa Nostra lo ha sempre chiesto, con tanto di papello, questa legislazione antimafia è da cancellare del tutto, le ampie concessioni effettuate dai vari Governi - di destra e di sinistra - non gli possono bastare di certo, a loro che ‘non esistono’… c’è sempre stu dannato 416 bis, il 41 bis e qualche volta pure le confische e l’uso sociale dei beni confiscati va in porto nonostante il Demanio ci si impegna proprio tanto a tener tutto fermo e nascosto.
Ma lui è proprio ‘un po’ così’, il Lipera, ed è per colpa di quel ‘demonio’ di potere giudiziario che arresta, condanna e tiene in cella i condannati in via definitiva con “un semplice provvedimento di un giudice”. Ma che scherziamo? Uno fa sciopero della fame così si sente male e non lo si fa uscire dal carcere? non gli si da la grazia? non si fa una bella revisione processuale? non si cancella la sentenza anzi il 461bis direttamente con effetto reatroattivo (per tutti, naturalmente)? Ma come: uno è colluso con Cosa Nostra, ha fatto per una vita pure lo straordinario come alto funzionario dello Stato, senza chiedere una lira in più, per servire meglio i boss ed i loro traffici, tenendo bene la bocca chiusa, e lo Stato che fa? Non gli dice nemmeno “grazie”? Povero Avvocato Lipera.
Ora ci si mettono anche i medici che hanno verificato lo stato di salute di Contrada non riscontrando alcun “incompatibilità” con il sistema carcerario, nonostante le patologie proprie di un settantenne. Ci si è messo pure il Tribunale di Sorveglianza che, quando Contrada voleva a tutti i costi tornare in carcere dopo il ricovero in Ospedale, ha stabilito che dovesse restare per tutti gli esami necessari ad accertare lo stato di salute e per le eventuali cure nel nosocomio. Un vero e proprio accanimento, curare in Ospedale un anziano, in sciopero della fame, che urlava al mondo di essere sul punto di morte. Un gesto davvero inaccettabile! ma che umanità hanno questi giudizi?
Strano che l’avvocato Lipera non proceda a ricusare all'istante o, che so, a denunciare alla Corte Europea, questo Tribunale di Sorveglianza che guardando i pareri medici, a seguito di tutti gli accertamenti clinici – compresa una tac pochi giorni or sono – non si fida della parola “d’onore” del suo assistito, ma dei medici.
Ma in che Paese viviamo?!? In Italia… dove i Lipera & C possono dire qualunque cosa! Dove gran parte dei media gli danno voce e risonanza facendo sembrare le sue sparate quasi credibili e vere. Si, è davvero una situazione indecente!
PS
Mastella, spinto anche dalla sua signora, disse che avrebbe fatto tutto con estrema urgenza per arrivare alla grazia a Contrada, sottolineando che: nessuno deve morire in carcere. Chissà se qualcuno al Ministero gli ha spiegato che in Italia esiste – anche se Cosa Nostra ha sempre chiesto di abolirlo!- la pena dell’ergastolo, che prevede proprio che i condannati restino in carcere sino alla morte (attualmente in Italia i condannati all’ergastolo sono circa 1294). Forse nel suo “mondo” lui l’ha già abolito l’ergastolo, deve averne parlato con Campanella della “famiglia” di Villabate.
Contrada, peraltro non è stato condannato all’ergastolo ma a 10 anni e la sua condotta processuale ha fatto sì che anziché accertare la verità in un tempo ragionevole il procedimento a suo carico durasse più di un decennio. Inoltre non ha mai voluto collaborare con la magistratura dicendo ciò che sa e indicando gli altri anelli della catena di collusione tra mafia e pezzi dello Stato. Non ha dato alcun segno di pentimento. Quindi non può certo pretendere di non scontare una pena in carcere solo perché, ora, è anziano.
Inoltre a Mastella e coloro che urlano che non si può morire in carcere e che quindi Contrada deve essere liberato, nessuno ha mai ricordato che nelle nostre carceri dal 2000 al 2007 sono morti oltre 1211 detenuti di cui 432 per suicidio (dati non ufficiali)?
Per chi sta male - e non è condannato per gravi reati come quelli di mafia - c’è la sospenzione della pena, ed in Italia c'è anche l'istituto del differimento della pena. Naturalmente questo non vale per chi fa sciopero della fame così da aggravare le sue condizioni di salute per dire "fatemi uscire, sto male" (sic!).
Per questo però sono i medici a dire quando è necessario ai giudici che quindi provvedono, non lo stabiliscono i ministri, le moglie, i parenti, i difensori, i consulenti, i giornalisti alla Jannuzzi o altri.
Quindi ora basta con questa pantomima volta a trasformare in 'sciacalli assetati di morte e dolore' quanti chiedono semplicemente la certezza del Diritto che, in uno Stato liberale, è anche certezza della pena, per tutti! Chiedere e pretendere, soprattutto per i condannati per mafia (anche quella dal colletto bianco), che la pena sia scontata interamente e senza sconti, è chiedere la "norma" di una Giustizia degna di questo nome. Davvero, quindi, basta!
SE CONTRADA NN è MAFIOSO PERCHè LO è IL SUO AVVOCATO ?

L'AVVOCATO DEL DIAVOLO E PURE IL DIAVOLO AVVOCATO.
Conosciamo un po' meglio
il legale del "dottor morte", Giuseppe Lipera
di C.Abbondanza e S.Castiglion
Giuseppe Lipera - nella foto del suo sito al cimitero, davanti alla tomba di Enzo Tortora -, un legale con una missione: difendere i mafiosi (ops le “vittime della Giustizia”) e screditare lo Stato.
Se lo Stato istruisce i maxiprocessi contro la mafia, lui è per smantellare i maxiprocessi. Se lo Stato si avvale delle informazioni (riscontrate per attendibili, attraverso riscontri probatori) dei collaboratori di giustizia (per lui “pentiti”), lui è scardinare lo strumento della collaborazione di giustizia. No, non è una nostra opinione, lo dice lui nel suo curruculum: “il giovane avvocato Lipera si imbatte duramente con la drammatica ed ingiusta realtà giudiziaria (...) costituita dal fenomeno spregiudicato di acquisizione e valutazione della prova chiamato pentitismo e dai maxi processi.”
Oltre al suo studio a Catania ha anche sede la sua associazione “Avvocatura e Progresso”, che ha organizzato diversi incontri, anche con “l'allora giovane pm” Anna Finocchiaro – la dirigente dell'Ulivo esperta di “giustizia”. Il Lipera è naturalmente folgorato da Enzo Tortora, e con lui gira il Paese, perchè questi rappresenta la “prova vivente delle storture del “pentitismo”.” Nel 1997 Leonardo Sciascia lanciava quell'infamante attacco al Pool Antimafia di Palermo, etichettando Falcone e Borsellino come “i professionisti dell'antimafia”... musica divina per le orecchie di Lipera che accorre ad incontrarlo ed acclamare contro i “professionisti dell'antimafia”. Anche questo lo dice lui, sempre nel suo curriculum.
Nel 1991 fonda il “Movimento Popolare Catanese” (MPC), che naturalmente si colloca con i movimenti indipendisti/autonomisti siciliani e che combatte una sua battaglia fondamentale per quella grande opera del Ponte sullo Stretto... si quell'opera insensata che tanto è amata dalle cosche calabresi e siciliane che già si spartivano gli appalti. Il movimento chiude i battenti nel 1993, recita sempre il suo curriculum. Manca, invece, il passaggio che lo vede tra i fondatore del partito voluto da Cosa Nostra: “Sicilia Libera”, che viene sciolto per volontà dei capi mafiosi, trasformandosi in un club di Forza Italia, che direttamente Provenzano aveva ordinato di appoggiare visto che Totò Riina, dalle risultanze investigative e dibattimentali di diversi processi, “aveva in mano Berlusconi e Dell'Utri”.
Nel 1995 segnala il suo curriculum che partecipa ad un convegno, “Le libertà del cittadino tra giustizia e politica”, a Varese, dove è “relatore appassionato” insieme a Tiziana Maiolo, Agostino Viviani, Gaetano Pecorella, Guido Podestà e Domenico Contestabile... (ma guarda il caso di quanti “azzurri” di Berlusconi e Dell'Utri ci sono tra i convenuti).
Nello stesso anno organizza un convegno sulle “vittime della Giustizia” (non della mafia, della Giustizia!). Naturalmente chiama al suo fianco quel Vittorio Sgarbi sempre in prima linea nelle azioni diffamatorie e calunniose contro Giancarlo Caselli ed il Pool di Palermo.
Nel suo curruculum trova naturalmente menzione il fatto di essere riuscito a far assolvere un medico accusato di aver curato – e protetto - la latitanza di un boss mafioso.
Nel curriculum on-line non vi è, però, menzione per la “vittoria”, nel 2004, ottenuta per la scarcerazione (in quanto era passato troppo tempo dall'acquisizione della prova, il 2000) di Francesco Mirabile - secondo la Procura, il Gip ed i Tribunale del Riesame – affiliato alla cosca La Rocca del Calatino, di Cosa Nostra. L'uomo è il fratello di Alfio, ferito gravemente da alcuni killer a S.G. Galermo, e di Pietro, in carcere per mafia, estorsione e altro. Francesco Mirabile era in carcere dal 16 luglio 2003, quando fu arrestato dalla Polizia di Catania durante un'operazione antiestorsione. Il provvedimento restrittivo venne emesso, su richiesta della DDA di Catania, dal gip Angelo Costanzo, per associazione mafiosa. Contro di lui un intercettazione ambientale di un colloquio dell'indagato con suo fratello nel carcere di Palermo dove questi si trovava detenuto. L'avvocato Lipera le ha tentate tutte e con la Cassazione riesce a ottenere che l'imputato (per associazione mafiosa con prova a carico non di un pentito bensì di sue dichiarazioni in un intercettazione con il fratello detenuto per mafia) debba essere liberato e partecipare da persona libera al dibattimento. Il Francesco Mirabile, detto “Cicciu muccattu”, è “cognato di Nino SANTAPAOLA (fratello di Benedetto) e del figlio di quest’ultimo, Giuseppe (...) “che si stava attivando per la “famiglia” grazie anche alla “copertura” fornitagli dal potente capo famiglia di Caltagirone, Francesco LA ROCCA”
Questa non è l'unica "non menzione" nella lista delle “referenze” dell'avvocato Lipera. Infatti lui è anche il legale della famiglia Santapaola, la potentissima cosca catanese di Cosa Nostra con diramazioni in molte regioni del Paese (ricordiamo che il delfino del boss della cosca è stato arrestato pochi mesi fa a Genova).
In particolare lui ha fatto dichiarare Antonino Santapaola, detto Nino, incapace di intendere e volere, guadagnandogli l'Ospedale Psichiatrico anziché il carcere. Ma questo e la difesa del cognato di Nino, Francesco Mirabile, di cui abbiamo appena parlato, non è tutto. Nell'aula bunker dove si celebrava il maxiprocesso contro Santapola e la sua cosca, all'inizio di un'udienza, senza esserne il legale, l'avvocato Giuseppe Lipera, si avvicinò alle gabbie e non salutò il suo cliente, bensì andò dritto a salutare e stringere la mano a Benedetto “Nitto” Santapaola, il boss condannato per le stragi di Capaci e Via D'Amelio, di Via Carini (dove furono ammazzati il generale Carlo Alberto Dalla Chiesa, Emanuela Setti Carro e l'agente Domenico Russo), ma anche, tra le altre, dell'omicidio di Giuseppe Fava. Quel Nitto Santapaola che da responsabile provinciale di Cosa Nostra a Catania, aveva forti legami con i servizi sergreti deviati, con la massoneria, vicinissimo a Totò Riina; anche lui ebbe rapporti con Dell'Utri, a seguito dei quali cessarono gli attentati alla “Standa” - per cui la Fininvest non fece mai denuncia – e, sempre l'accordo raggiunto – di cui hanno riferito i collaboratori di giustizia – il Santapaola investì molti soldi nelle attività della Fininvest.
Attualmente Giuseppe Lipera è impegnato nella difesa dell'unico imputato agli arresti per l'omicidio del ispettore della Polizia di Stato, Filippo Raciti, ucciso a seguito degli scontri allo Stadio di Catania il 2 febbraio 2007. Le innumerevoli richieste di scarcerazione del suo assistito Antonino Speziale, sono state tutte respinte.
Detto questo occorre ricordare che il legale di Contrada - che proprio l'ultimo giorno del 2007 ha chiamato nella sua battaglia per la “grazia-supplica-revisione” al “dottor morte” i consulenti di parte del matricidio di Cogne (seguito dal suo collega Taormina) e dell'omicidio del commissario Raciti – si è guadagnato anche la citazione nel libro del pubblico ministero Luca Tescaroli, “Perchè fu ucciso Giovanni Falcone”, per la sua partecipazione al movimento Sicilia Libera. Per esattezza lo riportiamo ampio stralcio del capitolo:
“Non vi è dubbio che l'agire criminale di Cosa Nostra potrebbe apparire “prima facie” dissennato, se valutato “sic et sempliciter” nel suo divenire fenomenico, alla stregia della prevedibile controffensiva dello Stato. In realtà, lo stesso appare, di contro, sulla scorte delle acquisizioni probatorie, consono al disegno criminale e sincrono ai tempi di evoluzione di attività relazionali esterne intraprese dai vertici dell'organizzazione.
La linea dell'attacco ordito, a far data dal 1991, non mirava a produrre una rottura fine a se stessa, ma ad una cesura protesa alla creazione di nuovi equilibri ed alleanze con nuovi referenti politico-istituzionali-finanziari: una frattura costruttiva oggettivamente agevolata dal fiorire, per l'appunto dagli inizi degli anni '90 e fino al 1993, di una serie di iniziative politiche, riconducibili in gran parte alla massoneria deviata o all'estremismo politico di destra, e caratterizzante, tra l'altro, dal sorgere di piccoli movimenti con vocazione separatista in più punti del territorio nazionale: le Leghe Italiane Pugliesi, Medidionale-Centro-Sud-Isole, Molisana, Marchigiana, degli Italiani, Sarda, La Lega delle leghe, quella Nazional Popolare, Sud della Calabria, Toscana, Laziale, Sicilia Libera (che veniva fondata il 28 ottobre 1993, a Catania, da Antonino Strano, poi divenuto Assessore regionale di A.N. per il Turismo e lo Sport, nonché dall'avv. Giuseppe Lipera e da Gaspare Di Paola, dirigente del gruppo imprenditoriale riconducibile ai fratelli Costanzo), Sicilia Libera nell'Italia Libera ed Europer (che veniva fondata, com'è noto, in data 8 ottobre 1993, a Palermo, presso lo studio del notaio Salvatore Li Puma, residente in Corleone, da Tullio Cannella, da Vincenzo Edoardo La Bua, e da altri, e che avrebbe dovuto avere come referente, nella provincia di Trapani, Gioacchino Sciacca), ecc.
Al riguardo, deve rilevarsi che Leonardo Messina ha riferito che i vari rappresentanti provinciali di Cosa Nostra si erano riuniti, nell'ennese, nel settembre-ottobre 1991, per “gettare le basi per un nuovo progetto politico” di stampo separatista: creare una nuova formazione, la Lega del Sud, appoggiata da un'ala della Massoneria e da Cosa Nostra, nel cui ambito dovevano entrare uomini dell'organizzazione, in contrapposizione alla Lega Nord, costituente, a suo dire, espressione della P2 di Licio Gelli e di Giulio Andreotti (...)
E' evidente come le indicazioni del collaboratore (attinte da Borino Miccichè) rappresentano un segmento conoscitivo di un progetto eversivo, ordito d'intesa con un “potere criminale integrato” con interessi convergenti a quelli di Cosa Nostra, che si stava accingendo, come affermano Filippo Malvagna, Antonino Cosentino e Giuseppe Grazioso, per averlo appreso da Giuseppe Pulvirenti, e come conferma, nella sostanza, anche quest'ultimo, a portare ad esecuzione la campagna di aggressione allo Stato.
Ma, a riprova del fatto di come i vertici dell'organizzazione fossero impegnati, correlativamente e nel mentre dell'esecuzione di un vero e proprio disegno cospirativo, alla ricerca ed al consolidamento di più legami per giungere ad individuare nuovi referenti politico-istituzionali, sorreggono le indicazioni di Angelo Siino, Salvatore Cancemi, Giovanni Brusca e Maurizio Avola, sulle quali appare opportuno soffermarsi brevemente.
Il primo, evidenziava, a seguito di contestazione sollecitatoria, di aver appreso, da Nino Gargano e da Giuseppe Madonia, che Bernardo Provenzano stava adoperandosi per “agganciare Craxi tramite Berlusconi” (...).
Ha aggiunto di aver, successivamente saputo da Antonino Gioè che Bagarella, tramite un ex Ufficiale della Guardia di Finanza, amico di Salvatore Di Ganci, la cui consorte era di Benevento o aveva parenti in quella città, stava cercando di contattare una persona influente vicina all'On. Craxi e che, a tal fine, era necessario fare “più rumore possibile” (alludendo con ciò ad attentati da porre in essere), onde costringerli, poi, di intervenire per far sistemare la “situazione in Italia”, a favore di “Cosa Nostra” (...).
Cancemi riferiva che Riina, in epoca antecedente alla c.d. “strage di Capaci”, si era incontrato con “persone importanti” (...) e che appartenenti al gruppo Fininvest versavano periodicamente una somma di 200 milioni di lire a titolo di contributo; sottolineava che il Riina si era attivato, a far data dagli anni '90-'91, per coltivare direttamente i rapporti con i vertici di detta struttura imprenditoriale (mettendo in disparte Vittorio Mangano, che fino a quel momento li aveva gestiti) e che, tramite “Craxi”, stava cercando di mettersi la Fininvest nelle mani o viceversa (...).
Peraltro, non sapeva precisare se e come, Riina avesse preso il controllo diretto di questo rapporto, ma ricollegava la strategia stragista proprio a tale avvicendamento.
Ha aggiunto che Riina, nel corso del 1991, gli aveva riferito che detti soggetti erano “interessati ad acquistare la zona vecchia di Palermo” e che lui stesso si sarebbe occupato dell'affare avendoli “nelle mani”. Riina e Vittorio Mangano gli avevano fatto presente che era stata incaricata una persona, chiamata “ragioniere”, per seguire “materialmente l'operazione” (...). Ed ancora, ha dichiarato di aver appreso da Raffaele Ganci, intorno agli anni 1990 1991, mentre transitavano con l'autovettura in prossimità di via Notarbartolo, che in quella zona vi erano dei ripetitori che interessavano “a Berlusconi”.
Sottolineava di aver ricevuto conferma di quest'ultima circostanza dal Riina.
Va rilevato, solo incidentalmente, che le indicazione del Cancemi, con specifico riferimento agli esporsi di denaro, hanno trovato puntuali conferme nelle dichiarazioni di altri collaboratori (Francesco Paolo Anzelmo, Calogero Ganci, Aurelio Neri, Antonio Galliano e Giovan Battista Ferrante), acquisite nel corso del processo a carico di Pierino Di Napoli, e riscontri obiettivi (...).
Lo stesso Brusca, sia pur con riferimento ad epoca antecedente alla campagna stragista, ha riferito di essere a conoscenza del fatto che alcuni imprenditori milanesi pagavano, a titolo di estorsione o di contributo, una somma di denaro ad appartenenti all'organizzazione e che, in particolare l'On.le Berlusconi “mandava qualche cosa giù come regalo, come contributo, come estorsione” al di lui cugino Ignazio Pullarà. Quest'ultimo inviava Peppuccio Contorno (omonimo del collaboratore) e tale Zanga, a ritirare il denaro negli anni 1981-'82'83 (...).
Non è ultoneo, poi, rimarcare, per inquadrare appieno la valenza della campagna di aggressione ed il contesto ideativo in cui si inserisce, che il Cancemi, nel corso del giudizio d'appello, ha raccontato di una riunione, tenutasi circa venti giorni prima della c.d. “Strage di Capaci”, nel corso della quale Riina aveva fatto presente che esistevano accordi con autorevoli personaggi del mondo politico nazionale (che ha indicato nominativamente) aventi ad oggetto provvedimenti legislativi (...).”
Se qualcuno ha parlato del “partito degli avvocati” che non ha la minima intenzione di difendere gli imputati nell'ambito del processo, bensì di difenderli dal processo,... bisogna certo dire che Giuseppe Lipera è “un buon partito”, o no?

28.12.2007 la grazia a Bruno Contrada
Graziamo le vittime
di Marco Travaglio
Il cosiddetto "caso Contrada" è un ottimo banco di prova per misurare il ribaltamento non solo della verità, ma anche della logica e del buonsenso quando si parla di condannati o imputati eccellenti in quella che Longanesi definiva "patria del diritto, ma soprattutto del rovescio". Manca poco che si chieda alle vittime di mafia di scusarsi con Contrada. Il suo presunto "caso" consiste in questo: il Dottore, condannato 7 mesi fa a 10 anni definitivi per mafia, ha il diabete. Ma, a suo dire, il rancio nel carcere militare di Santa Maria Capua Vetere non rispetta la dieta prescritta dal suo medico. Così lui rifiuta il cibo e, com'è ovvio, deperisce. A questo punto il suo nuovo legale Giuseppe Lipera (il cui nome compare nelle carte dell'inchiesta palermitana "Sistemi criminali" per aver fondato nel '
martedì 4 dicembre 2007
Queste sono ancora solo battagglie vinte

Evviva, Evviva, qualcosa si muove, finalmente dopo anni e anni di buoio totale, dopo anni e anni, in cui la mafia faceva paura a chiunque e mieteva vittime, dopo anni e anni, che la mafia ha distrutto famiglie uomini e istituzioni, finalmente forse qualcosa si muove, anche la gente è stufa, anche gli imprenditori sono stufi di avere accanto queste persone ora basta, certo ancora queste sono solo delle battaglie vinte non è la guerra che è stata vinta ma la vittoria di più battaglie e lo stringersi di un cerchio sempre più piccolo ci condurrà dritti dritti alla vittoria finale.
LA VITTORIA DELLA GUERRA CONTRO LA MAFIA.
"Sarebbe ora che fossimo noi a fare paura a loro"
Maxi blitz a Catania: tra i 70 arrestati anche il figlio del boss Santapaola
Imponente operazione antimafia dei carabinieri del Comando provinciale di Catania per l'esecuzione di 70 ordinanze di custodia cautelare a carico di altrettanti affiliati del clan Santapaola. Sono 65 i provvedimenti finora notificati dai militari, e uno di questi ha raggiunto Vincenzo Santapaola, 28 anni, il figlio maggiore dello storico capomafia catanese Benedetto 'Nittò Santapaola. Il blitz è stato coordinato dal procuratore aggiunto della Dda di Catania Giuseppe Gennaro e dal sostituto Agata Santonocito, oltre che da Carmelo Petralia, sostituto della Direzione nazionale antimafia. I provvedimenti sono stati firmati dal gip Laura Benanti. L'indagine si è avvalsa delle dichiarazioni del pentito Umberto Di Fazio, uno dei 'colonnellì del clan Santapaola, che ha iniziato a collaborare con la giustizia subito dopo il suo arresto il 23 ottobre del 2005 nelle campagne di Agira (Enna) al termine di una latitanza durata cinque anni. I reati contestati, oltre all'associazione mafiosa, sono quelli di estorsione, traffico di stupefacenti, e rapina. I carabinieri hanno fatto luce su 16 grossi 'colpì messi a segno negli ultimi tempi. Un altro filone di indagine, ancora in fase di sviluppo, riguarda il settore degli appalti. I particolari saranno resi noti in una conferenza stampa convocata per 10 in Procura.
Vincenzo Santapaola, 38 anni, figlio maggiore del capomafia Benedetto, è stato arrestato dai carabinieri di Catania per associazione mafiosa. Il figlio del capo di Cosa nostra a Catania, obiettivo negli anni scorsi del boss Vito Vitale, che lo voleva eliminare nell'ambito di una
faida interna alla mafia siciliana, fu fermato per la prima volta nel dicembre del 1992, assieme al fratello Francesco, di tre anni più piccolo. Ma i due furono scarcerati dal Tribunale del riesame. Un anno dopo, destinatario di un ordine di arresto per 'Orsa maggiorè, si rese irreperibile, e fu catturato il 14 gennaio del 1994. Fu rimesso in libertà il 27 dicembre 1997. Fu nuovamente arrestato l'8 agosto 1999 nel quadro dell'inchiesta 'Orione 2', un'indagine che fece luce su contrasti interni a Cosa nostra sfociati in una sanguinosa faida tra i 'falchì legati ai Corleonesi, fautori della stagione delle stragi, e le 'colombè guidate da Benedetto Santapaola, che era contrario alla strategia del terrore di Totò Riina. Rimesso in libertà fu arrestato nel 2006 e da poco era stato scarcerato. In passato, tra l'altro, è stato assolto dall'accusa di avere ucciso il giornalista Giuseppe Fava.
Ci sono anche tre donne e il 'killer delle carcerì, Antonino Faro, tra gli arrestati dell'operazione Plutone eseguita dai carabinieri di Catania. I militari dell'Arma, infatti, hanno arrestato anche Angela La Rosa, moglie reggente del gruppo Santapaola, Alessandro Strano, detenuto; Patrizia Scriffignano e Iolanda Di Grazia, rispettivamente moglie e sorella dell'ergastolano Francesco Di Grazia, 'uomo d'onorè della 'famiglià di Catania, anch'egli raggiunto dal provvedimento restrittivo. Secondo l'accusa avrebbero avuto un ruolo di collegamento con la cosca. L'ergastolano Antonino Faro, indicato come organico al gruppo del rione Montepo, è salito agli onori della cronaca per avere ucciso, mangiandogli anche il fegato, il boss Francis Turatello. L'omicidio avvenne il 17 agosto nel 1987 nel carcere Bad 'e Carros di Nuoro, e il mandante, per l'accusa, fu un altro catanese, Vincenzo Andraous, anche lui ergastolano, che adesso scrive saggi e poesie in carcere. Un fratello di Faro, Massimo, di 17 anni, fu ucciso il 3 marzo del 1991 durante una sparatoria con i carabinieri a nel rione Montepo a Catania.
Mafia: latitante cerca di fuggire dalla polizia, gli sparano e muore
La sua latitanza è finita all'alba, in un dirupo nelle campagne della provincia di Enna. Circondato dalla polizia, Daniele Emmanuello, 43 anni, capo indiscusso della mafia siciliana sud-orientale, non si è arreso. Il boss, uno dei 30 ricercati più pericolosi d'Italia, disposto a tutto pur di non farsi prendere, ha provato a scappare da una finestra del casolare in cui si nascondeva - il covo che aveva scelto per la sua latitanza. A quel punto gli uomini della "Catturandi" hanno prima esploso alcuni colpi in aria, a scopo intimidatorio. Poi hanno sparato per impedire la fuga. Ed Emmanuello è stato colpito forse da due proiettili. Il questore di Caltanissetta, Guido Marino, ha detto che l'epilogo luttuoso non ridimensiona il grado di professionalità dei suoi uomini. Ma in ogni caso, per far luce sull'uccisione del boss, la procura di Caltanissetta ha aperto un fascicolo. Pericolosissimo killer, tra i latitanti più potenti e sanguinari, ricercato da 11 anni, Daniele Emmanuello, aveva cominciato la sua ascesa ai vertici della mafia di Gela negli anni Ottanta, quando lo zio Angelo, capomafia locale, fu assassinato dai suoi luogotenenti per fondare la "Stidda". Fu allora che un giovane Daniele decise di schierarsi con gli uomini di Cosa Nostra, capeggiati da Totò Riina, e contro gli stiddari. Nel suo covo sono stati trovati farmaci, un fucile e alcuni documenti, ora all'esame degli inquirenti.
MAFIA; MUORE MENTRE TENTA FUGA SUPERLATITANTE GELA EMMANUELLO

ENNA, 3 DIC - Il boss Daniele Emmanuello, 43 anni, considerato fra i 30 latitanti piu' pericolosi in circolazione, e' morto durante un tentativo di cattura.L'uomo, attivo nella zona di Gela, era ricercato dal 1996 per associazione mafiosa, traffico di droga e omicidi. Durante il blitz della polizia c'e stata una sparatoria. Secondo una prima ricostruzione, Emmanuello avrebbe tentato la fuga dal casolare in cui si era rifugiato e sarebbe poi precipitato in un dirupo.

